CULTURA, IMPRESA E IDENTITÀ LOCALE

Comunicazione realizzata nell’ambito del XVI Congreso internacional de la Sociedad Española de Italianistas (SEI), Herriko Unibersitatea/Universidad del País Vasco (2016). Copyright 2016 © Angelo Cacciola Donati

  1. COS’È LA CULTURA?

Fin dalle loro origini, le donne e gli uomini, si sono confrontati ad un mondo non solamente materiale; in effetti, il consolidamento stesso dell’esperienza umana, oggi come ieri, suppone il ricorso ad una realtà che superi il reale, il cui riconoscimento fornisce i principi di base dell’oggettività.  In tal senso, il mito sembra definire un sapere tradizionale, unitario e diffuso, regola di vita e d’azione nonché norma di conoscenza, nel quale i temi umani prevalgono sui temi naturali.  La norma mitica fonda i comportamenti sulla base di condotte esemplari e primordiali, inaugurate dagli dei nella notte dei tempi.

Più avanti nel tempo, la diffusione su larga scala degli imperi richiederà una riorganizzazione dello spazio vitale come di quello mentale.  Infatti, la necessità d’integrare popolazioni diverse sotto l’autorità di un medesimo sovrano, implicherà la definizione di norme e regole politico-sociali precise.  È come se ad un allargamento dello spazio corrispondesse una correlata espansione dell’azione del pensiero, costretto a distanziarsi rispetto al proprio oggetto ed a darsi regole sempre più generali, riconoscendo così la preminenza della ragione.  Parallelamente, all’avvento della razionalità corrisponderà un nuovo tipo di civiltà, che si realizzerà pienamente con l’instaurarsi di un’organizzazione riflessiva della conoscenza nelle società umane.  Allora solamente, la conoscenza, si strutturerà nella sua specificità culturale.

Per molti secoli ancora, in oriente come in occidente, la cultura permase intrinsecamente legata alla religione intrinsecamente legata ad una visione escatologica della vita umana. Solamente con il Rinascimento trovò espressione una generale presa di coscienza della dimensione culturale nella vita individuale e sociale.

Da allora si sono moltiplicate le definizioni della cultura e le correnti interpretative, volgendo il proprio interesse su di un aspetto o sull’altro.  Dai modi di fare e le usanze per Montaigne, nei suoi “Essais” (Montaigne (de), 1580), all’interesse per la storia di Macchiavelli e Vico, realizzando una vera e propria mobilizzazione ontologica e dando origine alla cosiddetta “filosofia della cultura”.

In tempi più recenti, una delle definizioni fondamentali della cultura è, senza dubbio, quella proposta da E.B.Tylor nel 1871. Per l’Autore, la cultura costituirebbe un complesso di elementi formato dalle conoscenze, dalle credenze, dall’arte, dalla morale, dal diritto, dai costumi, e da ogni altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo, in quanto membro di una società.  Similmente, R.Linton, considera la cultura come una somma di conoscenze, di attitudini e di modelli abituali di comportamento condivisi e trasmessi dai membri di una data società .  Senza, poi, dimenticare le considerazioni di J.Herskovits, nelle quali la cultura è individuata come quella parte dell’ambiente circostante direttamente prodotta dall’uomo.  Queste ed altre affermazioni, diedero origine ad una particolare tendenza teorica nella quale, la cultura, era considerata come essenzialmente inconscia.

Sempre lungo tale direzione, gli studi dell’antropologo E.Sapir ipotizzarono una specie di preminenza della lingua sul pensiero e, di conseguenza, sulla cultura, senza l’intervento della quale, il mondo esterno non sarebbe altro che caos.  Successivamente, Whorf evidenziò come alcune delle categorie fondamentali del pensiero (quali il tempo, lo spazio, il soggetto e l’oggetto, per esempio) differiscano da un contesto linguistico all’altro.  Parallelamente, la correlata idea, secondo la quale la forma assunta da una lingua e le relative abitudini linguistiche avrebbe una certa influenza sull’interpretazione del mondo esterno, si vide corroborata dagli studi dell’antropologo inglese J.Goody. Quest’ultimo, infatti, riuscì a dimostrare come l’uso della scrittura, in opposizione alla lingua orale, costituisca un importante fattore di condizionamento sul nostro modo di pensare ed agire. Sotto un’angolatura differente, il lavoro di R.Benedict rappresentò un inedito tentativo volto a sottolineare il carattere simbolico dei comportamenti culturali, basati su di una significazione comunicabile e condivisa dai membri di una data società. In modo più specifico, Lévi-Strauss, definì operativamente la cultura come un frammento d’umanità caratterizzato, rispetto al resto dell’umanità, da significative discontinuità.  Anche se, per l’Autore, in ogni caso la struttura precederebbe ogni dato, in quanto, gli elementi fondamentali di una realtà sociale, saranno individuati attraverso l’insieme delle relazioni e dei principi regolatori dei sistemi simbolici.

Pur nel riconoscimento dei contenuti universali inerenti al divenire umano, le scuole di pensiero marxista, posero invece l’accento sul carattere sovrastrutturale della cultura.  La cui funzione si ridurrebbe a quella di uno strumento di manipolazione delle masse, detenuto dalla classe, economicamente e politicamente, dominante. Nondimeno, alcuni importanti contributi teorici posero in evidenza la relativa autonomia della cultura.  Basti citare, tra gli altri, autori come Gramsci o Lukács, che sottolinearono la potenzialità rivoluzionaria della cultura, intesa come superamento e trasformazione dell’eredità storica della cultura borghese.  Le correnti di pensiero neomarxista rilevarono come, nelle masse, la coscienza dello sfruttamento costituisca l’indispensabile presupposto per l’eliminazione delle cause di tale oppressione.

Un altro tipo di approccio alla cultura è imputabile alla scuola comportamentalista, orientata a discernere i meccanismi e i contenuti culturali insiti nel comportamento umano, con il recondito obiettivo di poterli successivamente controllare e manipolare.  Gli stessi Secord e Backman, concentrarono l’attenzione sugli ostacoli frapposti dalle culture tradizionali alla diffusione planetaria dell’economia di mercato, con un’approfondita analisi del processo di formazione degli stereotipi culturali, evocante le considerazioni di Malinowski. In tempi più recenti, Sainsaulieu definì la cultura come un serbatoio interiorizzato e trasmissibile, in costante elaborazione all’interno di un insieme dato di valori, di regole e di rappresentazioni collettive. Un ulteriore progresso teorico conduce a considerare la cultura come un fenomeno dotato di piena autonomia.  Infatti, A.L.Kroeber ritiene la cultura una specie di dominio del sovra-organico.  La natura potrà così essere studiata su diversi livelli: l’inorganico, di cui si occuperà la fisica; l’organico, preso in esame dalla biologia; il psichico, oggetto della psicologia; ed infine il sovra-organico, di cui si occuperanno le scienze sociali.

Nella precedente breve rassegna, si è così evidenziato come la cultura, inizialmente considerata ed analizzata come una collezione, prima, di elementi e, poi, di lineamenti, gradualmente è andata configurandosi come un tutto coerente, le cui componenti risultano prive di senso senza l’insieme generale di appartenenza.  Parallelamente, ogni sistema socioculturale appare sempre più come un sistema di valori, espliciti o impliciti, che suppone delle scelte, coscienti o meno, tra i vari termini delle alternative.  Pur senza trascurare tutta una serie di connessi problemi che dovrebbero fare l’oggetto di approfonditi esami: quali la determinazione dei valori di base, o valori focali che forniscono le fondamentali motivazioni del comportamento umano.

Nel presente ambito, le questioni proprie alla cultura, ed in generale agli strumenti di comunicazione, sembrano identificarsi con il problema del significato della natura.  In effetti, i problemi della cultura sono gli stessi del mondo; ed il mondo della cultura subisce le stesse tensioni interne del mondo fisico, cioè del corpo, che nella sua costituzione organica ed organizzante funge continuamente da mediatore con la realtà, localizzando in sé stesso le continue trasformazioni di quest’ultima.  Infatti, la cultura, oltre ad individuare una realtà a sé stante, si presenta con una struttura esemplarmente innovativa, costituita da un rapporto interpretativo generale dell’esperienza umana che è, anche, un distacco da essa, un suo rovesciamento da almeno uno dei possibili punti di vista.

Ciò che si intenderà per cultura non sarà la rappresentazione diretta, passiva dell’esperienza, ma bensì un insieme sempre mediato dai collegamenti, dai criteri, dai confronti e dalle intenzioni che costituiscono, per l’appunto, una priorità nei confronti dell’esperienza, ribaltandone le pretese di incontrovertibile evidenza e validità.  Cultura sarà, dunque, intervento sull’esperienza da un punto di vista alternativo ad essa, o almeno esterno, nell’atto stesso in cui esisterà una tensione interiore verso un suo intendimento.  Si introdurrà, pertanto, la seguente definizione: il sistema culturale consiste nell’insieme finalizzato delle risposte immateriali nei confronti di un dato intorno materiale e simbolico, nonché delle componenti immateriali dell’azione umana.

In effetti, la cultura può essere colta sia come il necessario supporto immateriale di ogni azione umana e sia come il senso del suo proprio dispiegarsi. (Cacciola, 1995) Il sistema culturale si individua, dunque, come un sistema aperto ed autonomo, costituito dalle risposte simboliche che la società è in grado di dare ai bisogni (essenzialmente motivazionali ed integrativi) dei propri membri.  Risposte che, in seguito, potranno essere percepite come segni, forme o simboli dall’essere presente nel processo dell’azione.  In tal accezione, la cultura appare come un insieme di elementi immateriali tra loro coerenti.  Mentre, d’altro canto, sarà proprio questa coerenza a caratterizzare nel tempo ogni cultura con una colorazione estetica d’insieme e con una peculiare unitarietà conseguita grazie all’elaborazione collettiva degli elementi che la compongono, rispondenti a dei precisi bisogni sociali ed individuali.   La nozione di sistema culturale, quindi, si potrà anche estendere ai singoli fatti culturali, quali la canzone od il vestito di moda, l’articolo del giornale, una poesia, un quadro, etc…  In tal senso, l’insieme dei fatti culturali rappresenterà sia il momento antecedente all’azione umana e sia la stratificazione simbolica degli effetti di quest’ultima. 

  1. CULTURA E IMPRESA

La cultura riceverà dall’economia i supporti materiali indispensabili alla propria espressione, quest’ultima dovrà alla cultura i propri impliciti valori e strutture.  In tal senso, la forma stessa in cui l’economia verrà concepita da una determinata società, assumerà delle caratteristiche eminentemente culturali.  In tale contesto, l’azienda non appare più come un’isola di coordinazione nel mare di relazioni non coordinate che caratterizzano il mercato, ma bensì come una cellula particolarmente permeabile di quest’ultimo, le cui frontiere sono funzione, complicata e mal definibile, tanto di variabili esterne che interne.

Lo sviluppo economico, in particolare quello a economia diffusa (Bagnasco, 1988), sembra essere espressione di una possibilità nella quale sono messe in valore risorse latenti, per instaurare un modo di organizzazione produttiva capace di trovare un suo terreno di crescita nell’età dell’incertezza. Infatti, la necessità di sistemi nuovi di regolazione ha accelerato il declino delle consuete strutture gerarchiche.  Questa situazione implica la comparsa di nuove strutture di comunicazione e di decisione.  D’altro canto, la maggiore complessità della forma produttiva sembra richiedere un aumento dell’organizzazione, anche se le forme emergenti mirano piuttosto a ricercare equilibri sperimentali tra mercato e organizzazione.

L’impresa di grandi dimensioni ed in particolare le multinazionali, normalmente, cercheranno di dotarsi di una propria cultura interna. Pur in costante evoluzione, tale cultura permette di rendere omogenei i comportamenti del personale e la condivisione di determinati valori all’interno delle filiali sparse per il globo. La stessa organizzazione amministrativa e produttiva sarà costruita sulle fondamenta di una specifica cultura aziendale. Avremo così culture aziendali informali, che privilegiano la creatività, come Google e altre aziende di nuove tecnologie (ITC), mentre altre culture più strutturate, cercheranno di adeguarsi costantemente ad un intorno sempre più imprevedibile, come nel caso di gran parte delle imprese automobilistiche e industriali (vedi le varie strategie di just on time). Dove un luogo e degli orari prefissati costituiscono le basi di una struttura organizzativa sostanzialmente gerarchica.

Cercheremo, ora, di rappresentare schematicamente gli elementi sistemici che individuano la cultura d’impresa.

Mentre le funzioni di adattamento e del perseguimento dei fini appaiono costanti tra le imprese di ogni genere e dimensione, ben diversa è la sorte delle rimanenti.
Da un lato, i valori e le credenze possono essere, sia mutuati dall’ambiente e dalla cultura circostante e sia creati artificialmente, come nel caso delle multinazionali. A livello empirico spesso troveremo delle interessanti modulazioni tra entrambe le azioni.
Dall’altro lato, l’organizzazione può derivare da strutture e modalità tradizionali locali preesistenti (vedi le imprese familiari) oppure basarsi sulle teorie aziendali. Anche in questo caso assisteremo, sovente, ad un adattarsi reciproco delle due impostazioni.

  1. IDENTITÀ LOCALI E IMPRESE

I vari contesti produttivi si sono costruiti in un tempo che non si esprime semplicemente come meccanico, ma bensì come tempo storico, o meglio, come un tempo misurato secondo le regole dialettiche dello sviluppo, dell’organizzazione e dell’entropia.  Fin dall’inizio, il tempo non ha bisogno solamente di tempo, ma anche di continuità; ed il vettore di tale continuità appare meno radicale nelle sue componenti fisiche che nei suoi aspetti socioculturali legati al territorio.  In definitiva, i caratteri sociali di tali realtà territoriali sembrano permettere una differente articolazione tra il modello del libero mercato e quelli tradizionali, con riferimento diretto al sistema delle imprese.  Anche se, nella loro base, le relazioni tra le imprese sono regolate dal mercato, la conoscenza reciproca, ed in certi casi la parentela, creano un buon clima negli affari, mutua fiducia, rapidi trasferimenti delle innovazioni e dell’informazione, aiuti e prestiti che facilitano il funzionamento del mercato ed evitano il manifestarsi di certi ostacoli.  Inoltre, instaurano dei rapporti più sistematici e stabili tra le imprese, che non si ridurranno alla mera compra-vendita sul mercato.  In un contesto inizialmente incentrato sulla redditività economica immediata, tali relazioni possono evitare molte delle componenti speculative del mercato, introducendo una concezione della redditività su più lungo termine.

La possibilità di distinguere formazioni sociali regionali ben caratterizzate e isolabili, presuppone l’esistenza di particolari forme organizzative dell’economia, regionalmente differenziate, alle quali corrispondano delle peculiari forme della politica e della cultura; in modo tale che l’ambito regionale costituisca un contesto significativo per la definizione degli attori sociali e della loro interazione.  In particolare, le imprese avranno l’opportunità di usufruire di una cultura del lavoro e di sistemi organizzativi radicati, sovente, in tradizioni secolari. Creando così un rapporto necessario ed interattivo tra imprese e spazio, nel quale le prime organizzeranno lo spazio e saranno, a loro volta, qualificate ed orientate dal territorio nel quale si troveranno ad agire.  Si potrà affermare che in tali contesti si sviluppa un forte legame localizzato con una riproduzione dei fattori lavorativi non limitabile unicamente all’impresa, ma bensì estensibile all’habitat ed alla comunità intera.  In tal senso, i sistemi culturali e organizzativi aziendali saranno ben più un prodotto della società che dell’industria.  In definitiva, simili interazioni, permettono di delineare una possibile spiegazione della stabilità culturale ed etica delle diverse regioni, nonché dell’origine delle differenze concernenti la capacità, l’autonomia e la creatività.

D’altro canto, i dinamismi propri a queste realtà territoriali sembrano svilupparsi secondo un codice di connessioni tipico del sistema e capace di utilizzare le informazioni provenienti dall’esterno, senza nulla perdere della propria vitalità interna e pur proseguendo a differenziarsi dall’ambito umano generale. La crescita di questi sistemi territoriali sembra basarsi sulla possibilità di recuperare, in vista di un moderno sviluppo, tutte le forze e risorse di cui l’organizzazione economica e sociale preesistente dispone.  In molti casi si tratta di un’industrializzazione che valorizza e fa evolvere un artigianato o una tradizione manifatturiera.  A Sfax (Marocco), per esempio, la piccola impresa e l’artigianato tradizionale sono alla base di una sorprendente dinamica delle attività industriali e delle innovazioni tecniche, mentre in Camerun si osserva un’evoluzione similare. (Bouchrara, 1985) D’altro lato, gli stessi sistemi locali portoghesi e spagnoli evidenziano una valorizzazione e modernizzazione di lunghe tradizioni manifatturiere.

In merito all’Italia, si ricorderà il caso dell’industria della maglieria a Carpi.  Infatti, l’organizzazione di questa produzione ricorda il putting-out system: dei mercanti locali attraversano l’Europa, individuando gli spazi di mercato da occupare; organizzano allora reti di donne che lavorano a domicilio e di piccole aziende dove i prodotti sono studiati e, successivamente, assemblati e confezionati.  Una simile struttura presuppone una serie di fattori, che vanno dalla conoscenza dei mercati internazionali e un insieme di consuetudini lavorative e di abilità artigiane.  (Cacciola, 2001)

Poco lontano, in un’importante ricerca si affermerà:  “… i frutti migliori di questo impasto umano si colgono all’evidenza solo in certi luoghi della Toscana; nella combinazione di botteghe artigiane ed opifici industriali di Firenze, nell’intreccio di affari e di astuzie… (Dei Ottati, 1987: 140) In queste aziende, mentre si produce, si crea un clima speciale, in cui gli aspetti tecnici del lavoro si respirano nell’aria e le innovazioni si trasmettono senza attrito, mentre le idee fruttuose vengono dibattute le notizie sui mercati, sulle novità, si diffondono rapidamente.

Questo processo naturale rende strategica la variabile temporale rispetto a quella spaziale: in tale accezione, la territorializzazione sarà essenzialmente dinamica.  Infatti, benché le realtà considerate siano governate dalle regole economiche dell’offerta e della domanda, l’adesione agli elementi specifici dei valori tende a generare una regolamentazione particolare che ne mantiene la stabilità della relativa struttura economica.    

  1. CONCLUSIONI

La concezione sistemica della realtà si articola in modo dinamico attraverso un processo di auto-creazione. Questi si realizza per mezzo dell’azione di ogni particolare membro o soggetto del sistema; quest’ultimo potrà trovare all’interno del sistema le condizioni per la propria auto-organizzazione.

Si è cercato, al riguardo, di sottolineare come, essendo ormai la società caratterizzata da un’accentuata complessità, più un’organizzazione dovrà essere altrettanto complessa, per mostrarsi in grado di affrontare il disordine.  Ciò le dona una vitalità eccezionale poiché le varie funzioni saranno in grado di prendere iniziative per risolvere tale o tal altro problema senza dover passare per una gerarchia centrale.  Costituendo un modo senz’altro superiore di rispondere alle sfide del mondo esterno.  D’altronde, le reti informali, le resistenze collaborative, le autonomie, i disordini rappresentano gli ingredienti indispensabili per la vitalità delle imprese.

In questo contesto, l’impresa appare auto-organizzarsi nel suo mercato, inteso come fenomeno allo stesso tempo ordinato, organizzato ed aleatorio.  Aleatorio perché non esiste mai la certezza assoluta sulla possibilità di vendere i prodotti ed i servizi, nonostante siano presenti delle probabilità, delle plausibilità.  Il mercato è un miscuglio di ordine e di disordine.   Le organizzazioni hanno bisogno sia di ordine e sia di disordine.  In un universo dove i sistemi subiscono un accrescimento del disordine e tendono a disintegrarsi, la loro organizzazione permette di respingere, captare ed utilizzare il disordine. In effetti, ogni organizzazione, come ogni fenomeno fisico, organizzativo e, ben inteso, vivente, tende a degradarsi ed a degenerare.  Il fenomeno della disintegrazione e della decadenza è un fenomeno normale.  Detto altrimenti, non è normale che le cose durino, tali e quali, indefinitamente. Non esiste nessuna ricetta dell’equilibrio.  Il solo modo di lottare contro la degenerazione s’individua nella rigenerazione permanente.

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